Ferdinando Chevrier “Il gusto della forma e del colore”

Sono le parole del grande critico Gillo Dorfles ad ispirare il titolo della mostra

“Ferdinando Chevrier Il gusto della forma e del colore”.

Manifesto 70x100_

Ferdinando Chevrier e La ricerca dell’essere

Ferdinando Chevrier e la ricerca
dell’essere

Da uno scritto della Prof.ssa Paola Cassinelli tratto dal catalogo “Il gusto della forma e del colore”.

……I suoi esordi sono legati alla tradizione classica e soprattutto alla nobile arte del disegno che esercita con passione e grande maestria, 1949_Studio_su_legnoritenendo fondamentale l’uso del bozzetto per i suoi eccellenti risultati pittorici. Grazie a questa sua metodica e accurata maturazione artistica è possibile oggi avere una chiara lettura dell’evolversi dell’opera di Ferdinando Chevrier che, da ottimo interprete della cultura “macchiaiola”, si muove con curiosità e trasporto tra le numerose proposte intellettuali del Novecento. Un artista completo, attento, scrupoloso, capace di mescolare razionalità e immaginazione, senza banalizzare mai il suo operato per compiacere e soprattutto ricercando, trasferendo e sperimentando le proprie emozioni attraverso l’arte.

Pochi anni dopo il ritorno nella sua città, Chevrier conosce e frequenta Mario Nigro e Gianni Bertini, che lo stimolano a spingersi verso nuove proposte legate a esperienze e indagini artistiche astratte. Da questo importante sodalizio nasce un movimento coevo a quello della corrente astratta fiorentina, denominato Scuola del Tirreno, che si distacca dalle radici imposte dal gruppo del capoluogo toscano, indirizzandosi verso soluzioni grafiche, ma soprattutto concettuali, innovative.

1951_ComposizioneNel 1950, con la redazione del Manifesto dell’Astrattismo Classico, l’esperienza di Arte d’Oggi si conclude mentre quella dei Pittori del Tirreno, si allarga e proprio in quegli anni verte verso la condivisione del loro pensiero artistico con intellettuali di una città particolarmente attiva, Milano, dove è presente un gruppo dinamico, operoso e molto eterogeneo, che si riunisce sotto il nome di M.A.C., Movimento Arte Concreta. Il M.A.C., oltre a promuove forme d’arte assolutamente non figurative, si costituisce come un movimento rivolto verso un astrattismo che non trae i propri elementi né le proprie forme dal mondo reale, dissociandosi dall’ambigua definizione dell’Astrattismo Classico Toscano che, al punto 5 del suo manifesto, si riconosce come un gruppo nel quale “[…] si può cogliere la fine della volontà di distruzione dell’oggetto e l’inizio di un intervento attivo e costruttivo, di una integrazione del reale”.


Chevrier si dissocia da queste regole e da molte altre che i diversi movimenti astratto/concettuali del XX secolo imponevano, in quanto il suo scopo era quello di lavorare in una condizione di totale libertà di pensiero, senza limitazioni o riserve, impegnandosi a costruire un linguaggio che fosse in grado di coniugare l’estetica con la dialettica, generando, attraverso l’ immaginazione e l’intelletto, empatia e godimento armonico nell’osservatore.

1977_Quadro da viaggioPer questa ragione l’artista si costruisce uno stile personale orientato verso una ricerca determinata a sviluppare uno spiccato interesse per il contrasto delle forme e delle linee, che dovevano vivere simultaneamente la loro condizione: statica e dinamica, chiusa e aperta, regolare e irregolare, mutabile e immutabile.

1985_Cassapanca1974_AppendiabitiTutto questo l’artista lo trasferisce, per il puro piacere del lavoro manuale, anche nella realizzazione di oggetti d’arredo, come paraventi,cassapanche, appendiabiti, lampade o indumenti quali sciarpe o foulard, o ancora bigiotteria smaltata con annessi portagioielli, addirittura in quadri da viaggio, tutto perfettamente riconoscibile poiché realizzato e decorato con forme e colori derivati dalle sue opere d’arte.



Scultura anni_ 60-70Oggetti di design che nascevano dalla volontà di sperimentare, di creare anche in un ambito meno aulico, di progettare e realizzare manufatti unici che potevano colpire il gusto e la curiosità di un pubblico sempre più attento, dal dopoguerra, all’arredo dei propri interni familiari e principalmente introdurre l’arte, con semplicità e immediatezza, nella vita quotidiana. In questo caso Chevrier compie un importante atto di divulgazione, tipico di un uomo che sceglie, e soprattutto è in grado, di guardare al futuro, infatti, non molti anni dopo, questo atteggiamento diventerà una costante nel mondo della comunicazione artistica.
L’arte concreta e il suo concetto di “concretismo” adottato dai Pittori del Tirreno, e seguito da Chevrier con personale creatività, era stato elaborato da Max Bill nel 1936 e partiva dall’idea secondo la quale benché si trattasse di un’arte aniconica, come quella astratta, attingeva le sue fonti da forme, linee e colori elaborate dall’utopica e fantastica immaginazione dell’artista e non da processi di astrazione, scomposizione, distruzione delle immagini viste e assimilate nel quotidiano svolgersi degli eventi naturali. In opposizione all’Astrattismo di Kandinskij, al Costruttivismo neoplatonico di De Stijl, al Suprematismo di Malevic, Gillo Dorfles, teorico del gruppo, asseriva che il movimento d’arte concreta andava alla ricerca di forme pure, primordiali e si allontanava dalle composizioni geometriche incentrate sul calcolo matematico e sulle proporzioni, basandosi su di un’arte interpretata unicamente sull’intenzionalità dell’artista.

1951_Pittura_n_7Chevrier, partendo da queste considerazioni teoriche, utilizza inizialmente le forme geometriche pure, ma, in seguito, le induce verso soluzioni di carattere lirico dove prevale lo stato d’animo fantastico, il sentimento dello spazio come luogo della creatività dove anche la memoria assume un ruolo importante, dove le scelte formali mostrano legami sia col sapere scientifico che con le valenze poetiche del colore e della luce, dove il passato, sempre presente nel lavoro dell’artista, in quanto fulcro sul quale ergere i sogni per il futuro, incide fino a rendere palpabile un messaggio visivo. Le opere esposte nei vari eventi artistici della prima metà degli anni Cinquanta contengono questa particolare ricerca, atta a recuperare l’energia dei sentimenti più profondi, allontanandosi dalle forme stereotipate che secoli di arte figurativa avevano materializzato, come è possibile vedere nella Rassegna della pittura Astratta Italiana, alla Galleria  Bompiani di Milano, in Arte  Astratta e Concreta in Italia alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, in una mostra collettiva e una personale alla Libreria Salto, sede del M.A.C. a Milano, nella IV Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma, in Mezzo Secolo d’Arte Toscana, a Palazzo Strozzi a Firenze e soprattutto nella personale alla Galleria Numero, diretta da Fiamma Vigo che, come scrive Francesco Gurrieri, era considerato negli anni ’50 uno spazio particolare, “[…] un crogiolo, di giovani, intellettuali, irrequieti e anticonformisti, aperto ad esperienze e ricerche artistiche, letterarie, musicali, di assoluta avanguardia …” ed era soprattutto un luogo di sperimentazione e di confronto.